Ci vendicheremo!

Testo di fantascienza di Jenny Russo (IIIE, 2018-19). L’alunna ha continuato un incipit proposto dal docente.

Incipit

Gli odori di castagne e di salsicce arrostite permeavano l’aria. Le risa dei bambini, il ciarlare allegro dei ragazzi e delle ragazze, gli sguardi divertiti degli anziani seduti sulle panche lungo la stretta via del borgo addobbato a festa trasmettevano un’allegria contagiosa.

Michele sorseggiava il bicchierino di vino cotto assaporando il dolce calore del liquido ambrato. Sua moglie sgranocchiava un dolcetto alla crema di castagne, mentre la piccola Elena succhiava un pezzo di focaccia sorridendo furbescamente e indicando ogni tanto gli allegri passanti.

“Che bel pomeriggio!” pensava Michele e posò una carezza sulla guancia paffuta della bambina che sorrise arricciando il naso.

Poi udì delle voci concitate e vide un tipo dal viso nascosto in una maschera nera sfrecciare tra la gente, abbattendo uomini e donne a forza di spallate. Dietro di lui veniva un gruppo di ragazzi del posto con le facce atteggiate in una feroce smorfia d’odio e brandendo minacciose spranghe di ferro. Uno gridava a squarciagola: “Fermati, sporco mutante! Assaggia i nostri colpi, se hai coraggio”. Un altro ringhiava: “Tornatene nella zona speciale e non provare a rovinare la nostra festa!”.

Il fuggitivo sembrava guadagnare terreno sugli inseguitori. Poi un uomo, che in compagnia di quella che doveva essere sua moglie o una compagna stava ascoltando i canti allegri e piccanti di un gruppo folk, si girò e allungò il suo piede al passaggio del malcapitato che ruzzolò per terra battendo violentemente la testa più di una volta. Rimase a terra stordito, emettendo gemiti doloranti da sotto la maschera. Le persone, tra le quali Michele, erano rimaste esterrefatte, ferme come statue a guardare la scena.

L’uomo che aveva arrestato quella folle corsa si era intanto mosso verso il fuggitivo e aveva cominciato ad inveirgli contro: “Maledetto tre-occhi! Prendi questo!”. Gli mollò un calcio sul costato e si sentirono preoccupanti scricchiolii. Intanto gli inseguitori erano sopraggiunti e non fecero di certo riposare le loro spranghe.

Tutte le altre persone stettero ferme. Alcune incoraggiavano gli aggressori, altre erano inorridite dalla scena. Michele fece voltare sua moglie e coprì il volto della figlia che intanto aveva cominciato a piangere. Come tanti altri, non intervenne a fermare il massacro. Pensava solamente: “Un’altra volta! Tutta questa storia dei mutanti mi ha stancato. Se solo non ci fossero!”.

Elaborato di Jenny Russo

Dopo quel terribile fatto, la famiglia Parisi tornò a casa e Lara, moglie di Michele, si mise a cucinare la cena a base di würstel e patate bollite.

Michele intanto guardava il telegiornale in salotto.

«Mutante scappa dalla C Anormaly!» annunciava la conduttrice tenendo un paio di documenti sulle mani.

L’uomo si alzò dalla poltrona e si diresse pensoso sul balcone, dove si accese una sigaretta. Inalò un po’ di fumo per poi espirarlo.

«Stupidi scienziati» disse con l’amaro in bocca mentre appoggiava una mano sulla ringhiera. «Se non sanno badare a questi mostri, perché cavolo continuano a crearli?».

Michele, per lo stress, finì velocemente la sigaretta e la spense nel posacenere. Si chiedeva come mai la gente si fosse offerta per quegli stupidi esperimenti.

“Avevano voglia di morire” pensava.

La C Anormaly, inoltre, pagava le famiglie delle persone che accettavano questo folle esperimento. Magari pensavano di ottenere cose straordinarie come essere onorati o rispettati da tutti o diventare milionari. Pensavano che potessero essere persone speciali dopo la “trasformazione”.

No. Erano solo stati usati. E ogni volta che l’esperimento falliva venivano chiusi in gabbie perché considerati pericolosi.

Tra le persone che avevano accettato c’era anche un amico di Michele, Giacomo, che, dopo aver perso la figlia, aveva iniziato a pensare alla morte. Che sia successo ciò anche alle altre persone?

I pensieri di Michele furono spenti dalla voce amorevole e calda della moglie che lo chiamava per la cena.

Michele rientrò, chiudendosi la portafinestra alle spalle, mentre inalava con le sue narici il dolce profumo delle patate bollite. Si sedette a capotavola, come suo solito, e iniziò ad assaporare quella delizia preparata dalla moglie.

Elena era ancora scossa dall’accaduto e mangiava di malavoglia. Si fermò e girò la testa verso il padre.

«Papi, perché li odiamo così tanto?» chiese la piccola trattenendo le lacrime.

Michele rimase stranito ascoltando quella domanda: la figlia non si era mai interessata ai mutanti. Perché dovrebbero interessarle adesso?

«Sono semplicemente diversi» tagliò corto il padre mettendosi un pezzo di würstel in bocca.

«Ma disprezzare i mutanti, non è come il razzismo?». La piccola, pur avendo sei anni, era abbastanza intelligente per capire queste cose.

«Perché questa domanda, Elena?» si intromise Lara.

«Solo… In un certo senso loro sono… Noi?» rispose Elena masticando un piccolo pezzo di patata.

Ciò che aveva detto la piccola scosse entrambi i genitori che si guardarono negli occhi. Non pensavano che la loro bambina potesse fare simili ragionamenti a soli sei anni.

Michele ruppe il silenzio dicendo alla figlia che la società di quei tempi era complicata e che molte cose le avrebbe capite solo quando sarebbe stata più grande.

Elena non rispose. Si limitò a continuare a mangiare. Così fecero il padre e la madre e il resto della cena fu avvolto da un silenzio tombale. L’unica cosa che spezzava quel momento di riflessione era la lavatrice accesa prima da Lara.

Il giorno dopo Elena andò a scuola. Mentre ascoltava la maestra, la piccola guardava fuori dalla finestra. Stava iniziando a nevicare. La bambina sorrise e riportò lo sguardo verso l’insegnante.

Dopo un po’ la campanella dell’intervallo suonò e tutte le classi uscirono a giocare con la neve.

Elena si mise accanto ad un albero. Non aveva molte amiche e l’unica che aveva avuto, la figlia di Giacomo, era morta. La piccola finì di mangiare la sua merenda e vide qualcuno nella foresta tra la bianca neve. La bambina, molto curiosa, non resistette all’idea di sapere chi fosse. Quindi, dopo aver dato un’occhiata alle maestre che discutevano, si incamminò tra gli alberi inseguendo la misteriosa creatura.

Dopo aver camminato a lungo, la trovò mentre giocava con un pallone.

Elena le si avvicinò e la salutò. Era una bambina come lei. Aveva capelli a caschetto neri e tre occhi senza pupilla, completamente bianchi. La pelle era di uno strano colore violaceo come la carne in decomposizione. La piccola indossava un abitino strappato e sporco di colore grigiastro, il cui stile era simile a quello della casacca che si faceva solitamente indossare ai pazienti dell’ospedale. Era una mutante.

Elena non sembrava spaventata; anzi, le sarebbe piaciuto conoscerla.

L’altra bimba posò il pallone a terra e si presentò: «Ciao! Mi chiamo Sara».

La voce della bambina mutante era bassa e roca, simile a quella di qualcuno che ha la tosse.

Elena si presentò e le due iniziarono a parlare.

Passarono le ore, finché il sole iniziò a calare per dare spazio alla notte. La bambina sapeva che i suoi genitori sarebbero stati preoccupati e perciò dovette, con dispiacere, salutare Sara.

Casa sua non era molto lontana e ci arrivò in fretta. L’edificio era illuminato dalle luci delle macchine della polizia e i genitori parlavano con una persona. Lara stava piangendo e Michele era preoccupato e arrabbiato.

Elena corse verso di loro chiamandoli. Lara sorrise alla vista della figlia e la strinse in un forte abbraccio.

«Ero così preoccupata!» esclamò, tra un singhiozzo e l’altro, la madre.

La polizia se ne andò e i tre rientrarono.

«Dove sei stata?» chiese il padre quasi urlando.

«Tranquilli!» esclamò la bimba sorridendo. «Sono solamente stata nella foresta!».

I genitori si sbiancarono in viso.

«Tesoro! Lo sai che la foresta è pericolosissima! Potresti incontrare un mutante!» disse la madre ancora scioccata.

«Infatti ne ho incontrato uno» rispose la bambina ingenuamente.

Lara quasi non svenne. Michele la tenne prima che potesse cadere e le disse che era meglio se andava a riposarsi. La moglie accettò il consiglio e lasciò il marito e la figlia soli in salotto.

Elena raccontò tutto a Michele che si limitava ad ascoltare e ad annuire. Quando ebbe finito, il padre disse che non si sarebbe dovuta inoltrare nella foresta da sola e, per questo, la figlia si scusò.

«Papà… Pensi ancora che i mutanti siano pericolosi?» chiese la piccola, che al discorso aveva aggiunto ciò che Sara le aveva raccontato su come vivevano i mutanti nella zona speciale.

Michele ci pensò un po’, poi concluse: «No, non sono pericolosi».

Elena sorrise ed esclamò: «Te lo avevo detto!».

Michele era veramente orgoglioso della figlia. Gli aveva fatto cambiare idea sui mutanti: in fondo erano pur sempre esseri viventi come loro. Incredibile come le semplici parole di una bambina potessero insegnare così tanto ad un adulto.

Il giorno dopo Elena portò il padre a vedere Sara. Quando arrivarono, la piccola mutante abbracciò l’amica per poi chiedere chi fosse l’uomo accanto a lei. Elena le riferì tutto e l’altra bimba sprizzava gioia da tutti i pori.

Michele aveva intenzione di parlare con i giornalisti: tutti dovevano sapere la verità.

Le persone che accettavano di fare da cavie per gli esperimenti, dopo che questi ultimi fallivano, venivano rinchiuse in orribili e piccoli ambienti sotterranei senza né cibo né acqua. Di sorveglianza non ce n’era molta e alcuni potevano benissimo scappare, ma se per caso venivano riacciuffati, venivano sottoposti ad altri esperimenti e a torture atroci. La maggior parte di loro moriva, mentre coloro che sopravvivevano, pur in fin di vita, venivano risbattuti in celle più controllate, dato che gli esperimenti potevano influire sull’aggressività del mutante e lo rendevano più ostile di quanto già non lo fosse. La percentuale di coloro che rimanevano in vita era molto bassa, mentre quella di coloro che riuscivano a scappare lo era ancora di più. Sara rientrava in questa percentuale. La polizia e gli agenti della C Anormaly controllavano solo fino ai confini della città; perciò l’unico posto sicuro era nel folto della foresta.

Michele si stava incamminando per uscire dal bosco, finché non sentì uno sparo. Proveniva da dove erano rimaste Sara ed Elena.

L’uomo corse per tornare indietro e, appena arrivò, vide una scena a cui non avrebbe voluto assistere. C’erano tre agenti di polizia con dei fucili. Distesa sulla neve c’era la piccola mutante e accanto a lei Elena piangente. Sara aveva gli occhi spalancati e la bocca semiaperta dalla quale uscivano rivoli di sangue verde. La neve accanto a lei si era anch’essa colorata di verde.

Uno degli agenti puntò il fucile contro la figlia di Michele. Non appena il padre urlò “Fermi!”, il poliziotto sparò e colpì in testa Elena.

Michele corse verso la figlia, la prese in braccio, e chiese urlando: «Perché l’avete uccisa?».

«Era dalla parte dei mutanti» rispose imperturbabile l’agente che aveva sparato.

«E con ciò? I mutanti sono esseri umani, è un omicidio ucciderli!» gridò Michele mentre le lacrime sgorgavano sulle sue guance.

«I mutanti sono esseri ostili che un giorno causeranno l’estinzione dell’umanità» gli rispose quello al centro. «Noi abbiamo il dovere di uccidere tutti i mutanti…». Poi puntò il fucile contro Michele e disse: «E tutti coloro che li aiutano e li nascondono>.

L’agente fece fuoco e colpì in pieno Michele che cadde a terra inerte.

Qualche settimana dopo, in un edificio perso nella foresta e occupato da un gruppo di mutanti che era riuscito a scappare dalla zona speciale, quello che sembrava essere un capo si rigirava tra le mani una pistola rubata ad un poliziotto, guardava il vuoto e pensava agli omicidi a cui i principali giornali avevano dato ampio spazio. La misura gli sembrava colma e iniziò a pianificare la vendetta.

“Gli umani – proclamava a vari mutanti riuniti intorno a lui – sono così testardi e non capiscono niente di noi. È tutta colpa loro! Ma adesso siamo stufi. Ci vendicheremo! Volevano una nuova specie vivente? Allora l’avranno! Ma sarà questa nuova specie vivente a sostituire gli esseri umani!”.

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